Stairway to Heaven

Oropa è una salita come tante altre.

Nulla a confronto di quelle salite che devi aver fatto almeno una volta nella vita, di quelle che ci attacchi l’adesivo sul cartello quando arrivi in cima. Stelvio, Mortirolo, Galibier, Ventoux.
Sarebbe più un Campo dei Fiori da Varese, un Civiglio da Como. Salite toste, ma niente da ricordare. Una salita come tante, non fosse stata nel posto giusto al momento giusto. E per puro caso.

Come Bethel sarebbe solo un paesino di campi e fattorie, non ci avessero organizzato Woodstock, Teano un paesino campano di 12.000 anime, non ci avessero fatto l’Italia, Maratona una piana sul mare, non ci fossero sbarcati i persiani, Oropa sarebbe solo una salita come tante, non fosse per un salto di una catena maledetto.

Scritta Pantani Oropa

10,2 km, pendenza media 7%, 671 metri di dislivello, stando al segmento ufficiale di Strava.

Una salita tranquilla, da nulla, a guardare solo questi numeri o a vederla stampata sul Garibaldi.

I numeri non mentono, ma non sempre dicono tutta la verità. E Oropa è una di quelle salite che rischi di sottovalutare. Citofonare a casa Indurain e chiedere del signor Miguel per conferma. Vi chiuderà la porta in faccia. Non gli farà piacere ricordare una giornata a denti stretti in cui ha rischiato di perderci il Giro del ‘93.

Biella Oropa inizio scalata

Quei numeri non mentono, ma non dicono proprio niente di questa salita. Partenza dal traffico di Biella, da una rotonda e qualche condominio che di poetico non hanno proprio nulla. Arrivo al Santuario mariano di Oropa, che di poesia e misticismo ne ha in abbondanza.
In mezzo due paesini, Cossila e Favaro, e una serie di rampe e pianori che fanno della pendenza media un dato irrilevante. Rampe e pianori, gradini di una scala dal purgatorio della città al paradiso del Santuario. Stairway to heaven.

And it makes me wonder

La prima rampa sa ancora di traffico e città. È un assaggio di salita, che porta al bivio del Bottalino. E lì il primo pianoro di Cossila San Grato. Il primo, non l’ultimo, in cui l’asfalto lascia posto ai sampietrini. Come a dirti che sì, non è salita, ma non c’è da rilassarsi troppo.

A metà gradino via il pavè, torna l’asfalto. È qui che la catena di Marco decide di incastrarsi tra pignoni e telaio. Da qui, parte l’inseguimento. Podenzana,Garzelli,Borgheresi, Velo, Zaina. Lo aspettano tutti. E Marco, che come in tutti momenti decisivi si toglie tutto quello che può. In questo caso sono gli occhiali. Perchè la salita la devi guardare in faccia per farle capire che fai sul serio.

Fine del gradino, a Cossila San Giovanni comincia il secondo. Per la precisione dal bivio per Favaro. Il gradino più bastardo, un chilometro e mezzo, massima al 13%. Fino a Favaro, appunto, dove la strada spiana e torna pavè. E poi cinquecento metri tutti piatti, per uscire dal paese.

Favaro Oropa

Davanti ci arrivano Jalabert, Miceli e Gotti. Dietro i gregari saltano uno a uno e Marco rimane solo, a saltare a sua volta, uno a uno, quelli che non ne hanno più.

Inizia il terzo gradino. Il più costante, un chilometro e mezzo tutto al 10%. In mezzo, il bivio per tornare sulla strada principale, cambia lo scenario. Da strada stretta di paese a provinciale a due corsie. Quando spiana, si fa per dire, un chilometro al 6%.

Bosco Oropa

Jalabert lascia Miceli e Gotti e rimane da solo. Pantani riprende i due italiani sul tratto duro e mette nel mirino la maglia di campione francese, che quel giorno pedala su una bici con le ruote del 26, per avere la bicicletta più leggera, dicono. Uno dei tanti esperimenti falliti degli anni ‘90.
Quando spiana, si fa per dire, Marco saluta anche Jaja per rimanere solo sugli ultimi due gradini della scala verso il paradiso.

Due gradini più corti, ormai il peggio è passato. Settecento metri al 10%, settecento al 5, settecento al 9. E l’ultima rampa, ancora una volta, ciottoli. In faccia, il Santuario di Oropa. Benvenuti in paradiso.

tratto 9% salita di Oropa

And as we wind on down the road
Our shadows taller than our soul
There walks a lady we all know
Who shines white light and wants to show
How everything still turns to gold
And if you listen very hard
The tune will come to you at last
When all are one and one is all
To be a rock and not to roll

E mentre scendiamo sulla strada
Le nostre anime più piccole delle nostre ombre
Là cammina una signora che tutti conosciamo
Che risplende di luce bianca e vuole dimostrare
Come tutto continua a trasformarsi in oro
E se ascolti più intensamente
La melodia alla fine arriverà anche da te
Quando tutti siamo uno e uno è tutto
Per essere una roccia ma non rotolare via

Questo è Oropa.

Trasformata in oro da una catena incastrata, il 30 maggio 1999. Perchè il Giro ci era già arrivato due volte, ma nessuno l’aveva notata. La prima, nel ‘63, vinta da Vito Taccone. Un tipo tosto, per vincere il primo Lombardia con il Muro di Sormano, nel 1961, non può essere altrimenti. Un tipo che non si nascondeva, per aver preso a pugni uno spagnolo al Tour de France non può essere altrimenti. Un roccia che non rotolava via. A rock and to roll.

Questa è Oropa.

Un viaggio dall’inferno al paradiso più che una salita, un’occasione di redenzione per le nostre anime più piccole delle nostre ombre. Una salita alla portata di tutti, dove, se ascolti più intensamente, la melodia della gente a bordo strada nel ‘99 arriverà anche a te. Una salita dove impari a essere una roccia, ma non rotolare via. To be a rock and not to roll.

fine salita Oropa

Photo credits: Alessandro Alleva [Instagram profile]