[1 di 4] Il mezzo: Sophia

Quando qualcuno ti guarda e scuotendo la testa inizia la frase con un tu sei malato di solito non è mai un buon segno. Se ha in mano una cartelletta clinica e indosso un camice bianco è la peggiore delle ipotesi. Se invece è in abiti civili potrebbe andare meglio anche se, comunque, non ti sta facendo un complimento. Malato di gioco, malato di social – c’è chi si sloga le dita scorrendo il feed di Instagram – , malato di “donne” – di solito utilizzato sostituendo espressioni diverse a seconda di dialetto, provenienza e accademicità della discussione.

E poi c’è chi è malato di bici. Che tra tutte le opzioni forse è quella migliore. Anche perchè la bici è una malattia strana, che più ti viene e più stai bene, che più ne soffri – che è la parola giusta, perché in bici si soffre anche parecchio – e meglio stai.

Anni di studi hanno portato a identificare due grandi tipi di malattia da bicicletta.

Il primo ceppo deriva fisiologicamente dalla produzione di endorfine, neurotrasmettitori con caratteristiche simili alla morfina che vengono prodotti durante gli sforzi prolungati. Il soggetto colpito dalla malattia da bicicletta di tipo A, che vada piano o che vada forte, diventa dipendente dal pedalare e fare fatica su una sella. La maggior parte delle volte non lo sa, ma ha una dipendenza fisiologica alle due ruote.

Il tipo B è la forma più grave, nella maggior parte dei casi irrecuperabile, della suddetta malattia. Alle dipendenza fisiologica, comunque presente, tipica del ceppo A si somma una forte attrazione e maniacale attenzione per il mezzo in quanto tale. I sintomi più evidenti sono pomeriggi passati in cantina a -2 gradi a montare, smontare, rimontare – ripetere ad libitum – pezzi per guadagnare due grammi o anche solo a guardarla ripetendo quanto è bella.

Marco Pantani era chiaramente affetto da malattia di bicicletta di tipo B.

Incontra la bici da bambino, quando si aggrega a un gruppo di ragazzini più grandi di lui con le bici da fighetti per fare un giro. Lui con la bici da donna di Tonina, scassata e quattro volte più grande di lui. E da lì, dal fatto che bici o non bici mica lo avevano staccato, nasce in Marco l’idea di diventare un ciclista.

La primissima bici gliela presta un certo Roberto Antenucci, presidente del GS Fausto Coppi di Cesenatico. Una bici grande e più pesante di lui. Ed è qui che i primi sintomi del tipo B vengono a galla, perché Marco non ci sta e obbliga papà Paolo a segare e forare tubi fino a quando più o meno la dimensione e il peso sono di suo gradimento.

Marco Pantani Bambino

E poi la prima bici vera, una Tour de France – coincidenze – del negozio Vicini di Cesena comprata con l’aiuto di nonno Sotero. E da quel momento non c’è più nemmeno bisogno della diagnosi, perché Marco la bici la tiene in casa e la lava nella vasca da bagno.
I sintomi diventano dilaganti, in una carriera passata con le brugole in tasca a cambiare 4 o 5 volte l’altezza della sella durante un allenamento, a confrontarsi con i meccanici. Tra questi, per esempio, Dino Falconi:

La bici gli piace, alla bici ci tiene. Non chiede cose assurde, vuole solo capire dove poter migliorare. Un millimetro su o giù, la sella. Un millimetro avanti o indietro, le tacchette.

La malattia di bicicletta di tipo B purtroppo è così e non ci puoi fare niente se non riconoscerlo e ammetterlo. La consapevolezza è già un primo passo.

Personalmente questo primo passo l’ho fatto e riconosco di essere affetto da tipo B. Se sai un nome – rigorosamente di donna – a tutte le biciclette parcheggiate in garage non puoi negare di esserlo. Ma è anche vero che se con una bici ci passi 322 ore (come me con le mie dal 1 gennaio) vuol dire che ci passi più tempo che con la maggior parte delle persone che conosci. E allora un nome se lo merita.

Senza una bici, il 9 settembre, l’Everesting non si può fare. Ma anche con una bici qualunque l’Everesting non si può fare. O meglio, si può ma è tutta fatica in più che ci risparmiamo volentieri. E allora il 9 settembre userò una bici un po’ particolare, di quelle che non tutti conoscono. Ma non perché non valga nulla, ma perché per le cose belle ci vuole tempo a farsi apprezzare da tutti.

titici telaio fatto a mano in italia

Il mezzo in questione è una Titici fatta a mano in Italia. Un insieme di tubi di carbonio assemblati qui da noi, che un po’ mi piace essere autarchico con le biciclette. Fondo nero, dettagli gialli come la Mercatone Uno e blu come la Carrera. Niente di voluto, un’altra coincidenza.

Ci ho passato gli ultimi mesi, con questa bicicletta un po’ retrò nella linea, decisamente lontana dalle ultime mode in fatto di design a due ruote. Gli ultimi mesi, da aprile fino ad oggi, e 5500 km in cui abbiamo imparato a conoscerci, a capire a vicenda i nostri limiti e a chiamarci per nome. E il suo nome, ve la presento, è Sophia. Come Sophia Loren, perché è una bici di una bellezza di un’altra epoca ma sempre attuale. E perché la bellezza non è tutto ma c’è anche molta sostanza. Una era anche un’attrice da Oscar, l’altra è anche una bici leggerissima, rigida e comoda perfetta per un Everesting.

Saremo io e Sophia, dunque. E la cosa più importante di Sophia saranno i rapporti con cui sarà “vestita”. Rapporti rigorosamente Shimano, perchè ad Oropa è grazie all’assistenza Shimano che Marco è risalito in bicicletta e ha fatto il suo capolavoro (c’è anche un “monumento” nel punto esatto della caduta di catena).

Monterò una compact 50-34, mentre il pacco pignoni sarà un 11-30, che nella prova di agosto ha dato risultati più che positivi. Per sicurezza avrò un’altra ruota con un 11-32, nel caso le ultime salite diventino troppo dure.
So che starete pensando che non devo fare una marathon di mountain bike, ma Oropa ha più di un tratto al 14-15% e sarà fondamentale non diminuire troppo la cadenza anche in questi punti.

Pirelli copertoncini colorati gialli

Altre componenti meno rilevanti. L’obiettivo è comunque quello di ridurre al minimo il peso e i watt persi per strada. Menzione speciale quindi anche per le gomme Pirelli da 25mm, che mi daranno un buon comfort durante tutte le ore in sella, scorrevolezza in salita e tenuta in discesa. Se siete tra quelli che “le gomme massimo da 21mm e a 10 bar” fidatevi, non di me ma dei test in laboratorio, che più sono larghe e meglio è. Monterei volentieri un 28mm ma non passa nel mio telaio.

Io e Sophia saremo lì, ore 4 di mattina. Prossima puntata il piano alimentare per il grande giorno.

 

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