Essere umani

Ce lo siamo detti più volte che questo è un viaggio fatto di coincidenze. E anche questa volta, a meno di due settimane dal 9 settembre succedono cose che in qualche modo, più di qualche, in realtà, ci portano indietro di vent’anni. Ci portano indietro a Marco Pantani.

Di avversari Marco forse ne ha avuti meno in bicicletta che nella vita. Ma comunque anche quelli in bicicletta non sono stati pochi. E soprattutto, mica erano degli avversari qualunque.

Indurain per primo a dargli il benvenuto tra i pro nel ‘94, a dargli dei gran sberloni (e a prenderne qualcuno) sulle salite di Giro e Tour. Troppo forte per non arrivare in giallo a Parigi, troppo infastidito dal carisma di Marco per stringergli la mano sul podio degli Champs Elysee.

Pavel Tonkov in Italia, l’ultimo guerriero a cadere al Giro del ‘98. Sulla salita di Montecampione, in un duello che sembrava più una lotta per la sopravvivenza che per la maglia rosa.

© Bettini Photo, 1998

E poi i due, su tutti, che gli hanno reso la vita difficile al di là delle alpi. Due che più diversi non potevano essere. Potente, tutta forza e salite fatte con il 53 uno. Agile, che in salita sembra non senta la catena l’altro.
Così diversi, accomunati da una cosa. Tanto forti, in modi diversi, che quasi non sembravano umani. Nomen omen. Tanto più quando si parla di soprannomi e quando è il popolo del ciclismo a darli. Il Marziano uno, il Panzer il secondo. Una creatura paranormale il primo, una macchina senza scrupoli il secondo. Forti in modo diverso, ma entrambi forti da non essere umani.

Jan Ullrich, il primo, tedesco che vince a sorpresa il Tour del 1997 e il primo dei battuti da Marco a quello del ‘98. Battuto, dopo un Tour lungamente dominato e una tappa di crisi. Quella epica, sotto la pioggia, del Galibier. Battuto ma che fa paura fino alla fine, ma che alla fine ha il coraggio e l’onestà di riconoscere che Pantani, in quel Tour, era veramente il più forte.

Lance Armstrong, il secondo, americano che vince sette (o zero, a seconda se leggete l’albo d’oro prima o dopo l’aggiornamento degli ultimi anni) consecutivi. Quello che raccoglie l’eredità di Marco e dal 1999 non la molla più fino al 2005.

Marco e Lance si incrociano per poco e di certo non si amano. Marco è quello che accende la miccia, nel 2000 prima del Tour, dicendo che quella di Armstrong dell’anno prima era una mezza vittoria. Senza di lui e senza Ullrich in gara era come vincere contro nessuno.

Sarà figlio di quell’Armstrong che è andato sulla luna, non lo so…

La tappa è la numero 10, quella dell’Hautacam, la prima di una serie di battaglie tra il texano e il romagnolo, in cui alla fine le costine hanno la meglio sulle piadine. Marco scatta e Armstrong lo va a riprendere, lo stacca e vince la tappa.

E poi la tappa del Ventoux, con Armstrong che dice di aver lasciato vincere Pantani, e poi quella di Courchevel, in cui Marco vuole arrivare da solo per forza. Per dimostrare che Pantani vince perché è il più forte, e non perché lo si lascia vincere. L’ultima vittoria della carriera di Marco, prima del declino fino a quel maledetto 14 febbraio.

Lance e Jan. Così diversi, così inumani e così legati a Marco.
Vent’anni dopo non è cambiato nulla. Lance ha ancora la testa del vincente, quello che se anche lo squalificano si mette a fare maratone e lo trovi ancora al 5% di grasso, tirato come se partisse domani per vincere l’ottavo Tour. Jan, che appena non ci sono le corse, proprio come in carriera, ha bisogno di altro per sentirsi vivo. Risultato: arrestato e ricoverato in clinica.

E allora è Lance, nemico di una vita, a prendere un aereo e attraversare l’oceano per una stretta di mano, per qualche parola, per un saluto. Per ricordare a Jan quanto era forte e quanto lo deve essere in questo momento.

Così diversi, così inumani vent’anni fa. Così diversi e così umani oggi. Uno perché mostra al mondo il suo lato fragile. L’altro perché, nonostante tutto, dimostra quanto nobile possa essere l’animo umano. Anche di chi è considerato un insensibile e un truffatore.

Lance e Jan, vent’anni dopo a ricordarsi a vicenda e a ricordarci che per tutti esiste la redenzione. A ricordarsi di essere umani, proprio perché al di là delle etichette siamo tutti esseri umani.

Lance e Jan così legati a Marco Pantani che verrebbe da pensare che sarebbe bastato qualcuno con un po’ di umanità per avere anche un pelato con le orecchie a sventola in quella foto di Instagram di qualche giorno fa.

Ricordiamoci di essere umani. Ci costa poco, può valere tanto.

 

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