Al saveva me

Mi sono sempre chiesto cosa provi nel momento esatto in cui porti a termine un capolavoro. Quel momento in cui dopo tanto sudore, errori e correzioni, capisci che hai fatto tutto quello che dovevi fare e decidi di condividere con il mondo la tua opera d’arte.
Cosa ha provato ad esempio Michelangelo a dare l’ultimo colpo di pennello al Giudizio Universale. Oppure Dante a mettere il punto dopo l’amor che move il sole e l’altre stelle dopo quindici anni di rime incatenate. O Jimmy Page a segnare sul pentagramma l’ultima nota di Stairway to Heaven.

Ti rendi conto di aver appena finito un capolavoro? Oppure non sei ancora soddisfatto? Hai paura di non aver fatto abbastanza? O percepisci chiaramente che stai entrando nella storia?

La risposta è forse che dipende. Da tante cose. Dalla tua personalità, da quanto quello che stai facendo è diventato un ossessione, da quanta pressione ti senti addosso. Dipende. Ma forse qualcosa in comune i capolavori, quelli veri, ce l’hanno.
Ed è che l’ultima pennellata, l’ultimo tratto di calamo, l’ultima nota sono il momento che ti puoi godere senza pensieri. Perché forse l’unica cosa di cui tutti riescono a rendersi conto è che tanto il capolavoro è già fatto, e non sarà l’ultimo tocco a cambiarne le sorti. Un momento in cui stai concludendo la tua opera, ma lo fai assaporando già il gusto del successo.

Forse chi ha pensato ai grandi giri – dio lo benedica – aveva ben chiara in testa la bellezza di quel momento. Quello in cui nulla è ancora concluso ma è già ora di festeggiare. A questo, forse, servono le passerelle finali, quelle di Milano (o Roma, o…) per il Giro d’Italia, di Parigi per il Tour e di Madrid per la Vuelta. A dare alla vittoria i contorni del capolavoro. A far provare queste emozioni all’artista che ci si presenta in rosa, in giallo, in rosso.

TDF champs elysees

A vincere una corsa in linea, magari una classica, magari una Sanremo in volata te ne rendi conto dopo la linea d’arrivo, quando riapri gli occhi ed è tutto appannato dall’acido lattico che hai in circolo, quando senti le prime pacche sulle spalle dei complimenti dei battuti.
A vincere un grande giro te ne rendi conto il sabato sera e hai la domenica, 120-150 km di tappa, per goderti la tua opera d’arte. Per capire quello che hai fatto e pensarci mentre fai quello che ti riesce meglio: pedalare.

Vincere un grande giro è un capolavoro, per difficoltà ed emozioni, e perché qualcuno, all’inizio, ha deciso di dargli questa forma.
Vincere Giro e Tour nello stesso anno è come dipingere la Gioconda. Iniziare in Italia da una tela bianca per fare il primo schizzo, trasferirsi in Francia per aggiungere colore e dettagli e per mostrarla finalmente al mondo.

podio tour de france 1998

È il 2 agosto del 1998 quando Marco Pantani diventa l’ultimo Leonardo da Vinci del mondo del ciclismo. L’ultimo Leonardo dopo Coppi, Anquetil, Merckx, Hinault, Roche e Indurain. Tutti artisti eccezionali, ognuno con la sua personale interpretazione della Monna Lisa. Quella di Marco, un quadro lasciato a metà senza l’intenzione di finirlo e ripreso in mano in fretta e furia per una promessa fatta a Luciano Pezzi.

Più di un capolavoro. E ancora più forte, forse, l’emozione sugli Champs Elysees. Con tutto il tempo della passerella per capire quanto bello era il dipinto. Con Felice Gimondi, artista di un’altra epoca, sul podio a mostrarlo orgoglioso al mondo intero.

pantani gimondi 1998

C’è anche un’altra cosa che mi sono sempre chiesto. Cosa hanno pensano i primi maestri di questi fenomeni la prima volta che li hanno visti? Si erano già accorti del loro talento?
Cosa ha pensato chi ha messo una tavolozza in mano a Michelangelo la prima volta, o chi ha insegnato l’alfabeto a Dante o chi ha guidato le dita di Page sul palissandro per insegnargli l’accordo di Do?

Come sempre dipende, ma molto spesso avevano già capito tutto dal primo momento. E molto spesso nel momento del successo sono da qualche parte, chissà dove, lontano dai riflettori. Un po’ in disparte a compiacersi del proprio intuito, perchè molto spesso i maestri sono persone timide che non apprezzano la ribalta. A loro basta sapere che quello che la gente ha scoperto oggi, loro lo avevano già capito anni prima.

E allora sta all’artista, a quello del capolavoro, ricordarsi del suo maestro. Sta all’artista ricordarsi a chi deve, oltre al talento, una parte del suo successo. Anche in mezzo al delirio, anche in mezzo a una folla che urla il tuo nome.

È il 2 agosto quando sotto il podio tra la folla c’è anche Pino Roncucci, il direttore sportivo di Marco alla Giacobazzi tra i dilettanti. Il Direttore sportivo con la d maiuscola, praticamente il suo padre ciclistico.

Pantani Roncucci dilettanti Giacobazzi

Pino è in mezzo alla gente da spettatore comune. Urla solo un bravo a Marco, senza la pretesa di parlarci, di avere un riconoscimento, di essere protagonista. Una voce in mezzo alle voci di tutti i tifosi.
Ma Marco lo sente, lo riconosce e lo abbraccia. Gli mostra il capolavoro e gli chiede se si rende conto. E Pino, semplicemente, pragmaticamente, da romagnolo, risponde:

Al saveva me

Pino lo sapeva. Da tanti anni. Il 2 agosto 1998 invece lo ha saputo il resto del mondo. Il 2 agosto si compiva il capolavoro a cui è dedicato 98double.

 

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