Fuori luogo. Contro il tempo.

16 maggio 1998, il giorno uno di un viaggio speciale.

Partire. Per un Pirata non poteva esserci che un luogo di mare come Nizza per salpare e imbarcarsi per un viaggio alla conquista della storia. Coltello tra i denti, bandana sulla testa e ciurma pronta all’assalto di un Giro d’Italia e magari di un Tour de France, come di due villaggi ricchi e opulenti da depredare, dopo tanti assalti andati a vuoto. E sempre per colpa della maledettissima sfortuna.

Partire. E trovarsi subito nel mare in burrasca e in mezzo alle insidie. Partire in salita, si direbbe per le persone normali. Non in questo caso, perché partire in salita sarebbe per Marco partire nel mare migliore possibile. La cronometro invece è la tempesta che, neanche il tempo di salire sul vascello e lasciare gli ormeggi, accoglie Pantani al Giro del 1998.

Partire. Contro il tempo. Da solo con i tuoi pensieri e a lottare contro il vento. Troppo leggero per sperare di passare senza neanche qualche botta ai fianchi della nave e qualche asse del ponte da sistemare. Troppo leggero, con il solo peso del pronostico sulle spalle a tenerti un po’ fermo. Perché fino a quel momento non si è fatto altro che parlare di te come l’uomo da battere. La fama ti precede, come quella di un Pirata che ha già solcato tanti mari e razziato tanti porti, che genera terrore solo a vederne il vessillo ancora lontano.

Partire. Fuori luogo. Senza un casco da cronometro, con degli occhiali da astronauta, senza tutti quegli accorgimenti che possono fare la differenza. Partire sincero con te stesso e vedere il temporale all’orizzonte. E dirti che l’importante è che passi e passi in fretta, che l’importante è non lasciarci le penne e aspettare momenti migliori e un mare più conosciuto per prendere la rotta, issare la bandiera nera e andare a caccia del bottino per cui lasci la terra ferma.

Partire contro il tempo e fuori luogo. Ma partire.
Inizia così il Giro d’Italia 1998 di Marco Pantani. Con 39 secondi persi in un prologo di 7km. Un’eternità persa da Alex Zulle, l’uomo venuto dalla Svizzera e che sembra uscito da una fabbrica di orologi, per quanto è preciso e puntuale, perfetto meccanismo e macchina infallibile contro il tempo.

Già subito a rincorrere e a sentire i primi commenti di chi inizia a dubitare. Perché perdere a cronometro da Zulle era preventivato, ma non saranno un po’ troppi 39 secondi?

Un Giro che inizia in salita quindi, quello di Marco. Ma forse è proprio per questo è il Giro del suo destino. Perchè se inizia in salita, non può che aspettare il momento giusto, mettere le mani in presa bassa e alzarsi sui pedali. E non importa che ci siano 39 secondi da recuperare: in una salita lunga 21 giorni c’è tutto il tempo e lo spazio per farlo. C’è tutto il tempo e lo spazio per entrare nella storia.

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