One

Il ciclismo è sport di fatica, sacrificio e di luoghi comuni. Di tutti i tipi, per tutte le occasioni, su qualunque cosa. Tra questi, il mantra delle prime tappe di montagna.

Questa salita non ci farà capire chi vincerà il Giro, ma chi sicuramente non può farlo

I luoghi comuni, però, fanno schifo. Perlomeno nel ciclismo fanno fatica ad essere sempre veri. Perché a essere comuni in uno sport che non ha nulla di ordinario si fa tanta fatica. E molto spesso si sbaglia e si trova almeno qualcuno – o qualcosa – che non è d’accordo.

Il dissidente del mantra di cui sopra ha un nome e un cognome. Campo Imperatore, dissidente e salita anarchica per natura: ci vuole coraggio a voler essere una grande salita del Giro senza essere parte delle Alpi. Così come ci vuole coraggio a pretendere di essere decisivi anche quando ti piazzano sempre nella prima settimana. Ma basta trovare l’alleato giusto e tutto diventa possibile.

Campo Imperatore è una di quelle salite che ti prende per mano con un’espressione accondiscendente e ti porta lentamente all’inferno. Una di quelle salite talmente lunghe che si fa anche fatica a mettersi d’accordo sul punto di partenza. Se includere anche la prima parte fino a Calascio oppure no.

In ogni caso, 45 km di salita. I primi 16 sono quelli che ti sorridono e ti convincono che si può fare: Pendenze tra il 5 e il 6%. Due km in discesa e poi altri 10 morbidi, gentili, invitanti, tra il 4 e il 5%. Falsopiano, per 10km, 1-2%.

Qui quando sono passati 39km è troppo tardi. E’ troppo tardi per rendersi conto che Campo Imperatore ti ha preso in giro, ti ha portato fino a lì e ti ha già chiesto di dare tutto, quando manca ancora l’ultimo round, 6 km al 7-8%, come una sberla in faccia che ti riporta alla realtà dopo esser stato preso in giro per tanto tempo. 6 km, 39 fatti. Ormai è tardi per arrendersi, bisogna dare tutto.

Tre battaglie, l’ultima decisiva, come in una lunga che guerra che finisce con la battaglia più cruenta mai vista. Come una canzone che inizia in sordina per esplodere solo alla fine. One.

Now that the war is through with me
I’m waking up, I cannot see
That there’s not much left of me
Nothing is real but pain now

Adesso che la guerra ha finito con me
Mi sto svegliando, non riesco a vedere
Che non è rimasto molto di me
Niente è reale adesso se non il dolore

Dissidente, in cerca di un alleato. E l’alleato lo ha trovato in un uomo pelato con un soprannome più adatto a battaglie navali che campali. Ma che in montagna non era un Generale, stratega e calcolatore, ma un soldato di quelli che pensano e parlano poco, ma che fanno la differenza con i fatti. Che fanno la differenza con le gambe.

Campo Imperatore, 1999. Pioggia dal cielo, neve sulla strada. Palcoscenico perfetto per fare la storia. Per far capire che anche la prima salita del Giro, la prima salita vera, può farti capire chi sarà l’Imperatore di un Giro.

Photo : Yuzuru SUNADA

Marco lo sa, lo dichiara. Perchè aspettare? Poi magari la maglia la lasciamo a qualcun’altro, ma c’è da guadagnare il più possibile, perchè poi a cronometro ci sarà da difendersi.
E a 2,5 km dall’arrivo, proprio nel mezzo della terza battaglia, la più cruenta, l’attacco di Marco. Il solito. Mani basse, in piedi sui pedali.

Ne resta solo uno. Ivan Gotti è ancora lì, a ruota. Uno contro uno. Come quando le guerre epiche terminavano con il duello dei due eroi. Uno contro uno. Nessuno scatto, solo una progressione per sfinire l’avversario, complice questa salita che ti invita e ti lascia senza forze.

Uno contro uno, poi da solo. Da solo sul traguardo, un braccio al cielo. Da solo, a prendersi la Maglia Rosa. Da solo, a far capire, sin da subito, dalla prima salita, chi sarebbe stato il dominatore, l’Imperatore di questo Giro. Da solo, a far entrare nella storia un’altra salita.

Imperatore, senza perdere la tenerezza e la compassione. Perchè scusarsi con gli attaccanti di giornata per averli ripresi spiega tanto della sensibilità di Marco. Da solo sul traguardo, dominatore assoluto, ma senza perdere la tenerezza.

 

Torna