Tornare a Itaca

Ci sono tanti modi per viaggiare e ci sono tanti motivi per farlo.
C’è chi viaggia per scoprire e c’è chi viaggia per vedere. Per piacere o per lavoro. C’è chi viaggia per partire e c’è chi viaggia per tornare. C’è chi viaggia perchè ha scelto e c’è chi viaggia perchè una scelta, invece, non ce l’ha.

Il viaggio è parte della natura umana e non c’è cultura che ne abbia fatto a meno. Alcune ne hanno fatto una ragione di vita, altre un patrimonio su cui costruire la propria identità.
Il viaggio di Ulisse e il viaggio di Enea, per esempio. Due viaggi per definire i valori dei due popoli più importanti nella storia e nella cultura europee. Da tramandare, di generazione in generazione, per essere certi che i giovani crescessero con i riferimenti giusti.

A fare il ciclista si deve imparare anche un po’ a viaggiare. Sulla bici, certo. 20, 30 mila km l’anno, tra corse e allenamenti.
E questo è scontato. Se hai scelto questo lavoro, viaggiare in bici non è un problema. Non è un problema il mezzo, stare in sella deve essere comodo come stare sul divano di casa. Non sono un problema le ore passate sulla bici, sui rulli o in strada che siano. Alla fine è una vita, e un viaggio, che ti scelto.

Quello che non hai scelto, forse sono gli aerei, i trasferimenti infiniti per arrivare in albergo a fine tappa, i pullman, le camere d’albergo che sono la tua casa per 150-200 giorni all’anno.
Un viaggio lo hai scelto, uno è arrivato nel pacchetto all inclusive della vita da ciclista sempre un po’ in esilio. Nel quotidiano, sopportarne uno per godersi l’altro.

Ci sono poi i viaggi che non fanno parte della vita ordinaria di un ciclista. Quelli che di sicuro non hai scelto di fare. Quelli che ti tengono lontano dalla bicicletta e dal viaggio a cui hai deciso di dedicare una vita intera.

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Il viaggio più lungo di Marco inizia il 18 ottobre 1995, da qualche parte tra Milano e Torino, dietro una curva contro una maledettissima Jeep. Più che un viaggio, un esilio. Come svegliarsi la mattina e trovarsi di colpo in un altro paese, in cui non capisci e non parli una parola e non capisci bene come ci sei finito.

Deve essere stato un po’ così risvegliarsi al Cto di Torino, per Marco. Esiliato e catapultato in un paese di estranei. Con i tempi, una lingua e delle abitudini che proprio non sono le sue. Uno come lui, che l’unica lingua che sapeva parlare oltre al romagnolo era quella delle gambe, linguaggio universale che non ha bisogno di interpreti e di traduzioni.

Frattura scomposta di tibia e perone. Vuol dire che il viaggio di ritorno sarà lungo e pieno di difficoltà. Che per tornare in bici ci sarà da mettersi uno zaino bello grosso in spalla e fare tanta fatica.

Ma tra Enea e Ulisse, Pantani assomiglia sicuramente di più al secondo. Uno che ha sempre corso in squadre romagnole, cresciuto solo a piadine e bicicletta, ha un senso della patria e delle radici troppo alto per non provare a tornare a casa.

Abituato a tornare sempre a casa, dopo tutti i viaggi. Anche questa volta non può fare a meno di provarci. E questa volta Itaca non è Cesenatico, ma la bicicletta, la corsa, forse anche la salita.

A casa si torna, costi quel che costi. Fisioterapia, piscina e tutori come Circe, Polifemo e Cariddi.

23 marzo, 163 giorni di viaggio, Itaca è alle porte. Casa, finalmente, dopo tanto tempo. Dopo averne viste e passate tante. Terraferma dopo mesi in mare ad arrangiarsi come si può e a immaginarsi come sarà tornare nel posto più bello del mondo. Tornare in bicicletta e pensare che è proprio come tornare a casa.

Tornare, segnati dal viaggio. Con una gamba un centrimetro più corta dell’altra. Con un nuovo look da bandana e pizzetto, da pirata. Con una posizione in bici diversa da quella di prima, mani basse sul manubrio anche in salita: il nuovo marchio di fabbrica. Con qualche esperienza un po’ divertente e un po’ imbarazzante, probabilmente fatta per ingannare il tempo. Cantare la sigla del Giro, per esempio.

C’è chi si rende conto che tornare non è un’opzione. E allora meglio capirlo subito e togliersi i vestiti da Ulisse e indossare quelli di Enea. Capire che a volta il viaggio non ci può riportare a casa, ma che per tutti c’è una Roma da fondare. C’è un futuro, magari diverso, ma tutto da costruire. Basta solo accorgersene in tempo e cambiare rotta.

C’è chi invece si rende conto che di non tornare proprio non se ne parla. Serve essere testardi ma alla fine a casa ci si torna. Per fortuna Marco faceva parte di questa categoria, così cocciuto e un po’ nostalgico, da fregarsene che quasi gli amputano una gamba e tornare comunque in bicicletta. Tornare comunque a casa. Perchè di lavori, in casa, ce ne erano ancora tanti da fare. Su tutti, la stagione del ‘98, il Giro e il Tour, il lavoro di casa più bello di quel testardo di Marco Pantani.

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