Persone, prima che ciclisti

La politica è un po’ come una corsa in bicicletta. Per tante cose.

Una noia mortale per chi la guarda in televisione. Ore e ore in cui il gruppo pedala insieme senza che succeda nulla, ore e ore di dibattiti senza capo nè coda in Parlamento.

Individualismo. Alza le braccia uno solo, le elezioni (forse, ma non è detto) le vince uno solo.

Una gran rottura di palle. Ti bloccano le strade proprio quando devi andare a prendere il figlio all’asilo, non fanno altro che rovinarti la vita tra tasse e leggi incomprensibili.

Poi c’è chi almeno una volta nella vita ha messo delle scarpe con le tacchette, si è allacciato il casco e ha sentito il vento sbattergli in faccia. Chi è arrivato in cima una salita che gli sembrava impossibile. O anche solo chi ha fatto lo scemo tra gli scatti di Pantani, Baronchelli e le catene cadute.

Allora capisci che le ore in cui il gruppo pedala tutto insieme tra i girasoli forse a qualcosa servono, che lo scatto in salita non esisterebbe senza la fatica accumulata fino a lì. Che il Tour de France senza la squadra non lo vinci e che quando passa una corsa forse è più bello mettersi ad applaudire che iniziare a suonare il clacson e litigare con i vigili urbani.

E così anche la politica. Forse basterebbe esserne coinvolti per capire che quasi sempre i grandi progetti nascono da ore e ore di studio e lavoro serio e non da due proclami urlati in un comizio elettorale, che la squadra anche qui conta più di tutto il resto e che sarebbe meglio dare un contributo piuttosto che commentare dal divano di casa.

E Marco?

Non so cosa voterebbe questo 4 marzo Marco Pantani, non mi permetto nemmeno di immaginarlo.

Per Fausto Pezzi, figlio del Luciano patron della Mercatone uno Marco era uno di destra, al contrario del padre, comandante partigiano prima di essere direttore sportivo.

Pantani_Pezzi
Marco con Fausto Pezzi, amico e assitente negli anni della Mercatone Uno

E allora da dove viene quell’hasta la victoria scritto tra i tanti pensieri su un foglio di carta trovato nel residence di Rimini?

Marco è indecifrabile e ti stupisce, anche questa volta. Anche quando si parla di politica.

Non so cosa voterebbe, ma so per certo che andrebbe a votare. Che non si tirerebbe indietro. Perchè Marco non si è mai candidato a nulla, ma ha sempre fatto politica rimanendo in sella a una bicicletta.

Come quando, in maglia gialla, ha fermato il Tour del ‘98 a due giorni da Parigi per solidarietà con i corridori trattati come bestie dalla Gendarmerie. O come nel ‘99, già in maglia rosa, si è schierato apertamente contro i controlli del nuovo programma dall FCI.

Sempre in prima linea, sempre quando c’è tutto da perdere. Perchè per passione gli interessi di tutti vengono prima dei propri. Anche se la tua squadra ti consiglia di lasciare perdere, che è meglio tenere il profilo basso e portarsi la Maglia Rosa a Milano.

Che poi il rapporto con le istituzioni, dall’UCI alla magistratura, sia sempre stato pessimo è un’altra storia. Una di quelle che non hanno posto in 98double.

Una persona, prima che un ciclista. Questo era Marco.

Persone prima che ciclisti. Come tanti prima e più di lui. Uno su tutti Gino Bartali, che non rischiava di perdere un Giro o un Tour, ma la stessa vita per salvarne altre durante la guerra.

La politica vera è esattamente questo. E la facciamo tutti i giorni. In ufficio, al supermercato, in coda in post e in bicicletta.

Non so cosa voterebbe Marco, non mi interessa. So per certo che andrebbe a votare.

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